Mac and Me – Il mio amico Mac (1988)

Il mio amico Mac - Nuovo Cinema LebowskiTitolo originale: Mac and Me
Paese di Produzione: USA
Anno di uscita: 1988
Durata: 95′
Regia: Stewart Raffill
Sceneggiatura: Stewart Raffill, Steve Feke
Musiche: Alan Silvestri
Interpreti: Jade Calegory, Lauren Stanley, Christine Ebersole, Tina Caspary, Jonathan Ward, Vinnie Torrente, Martin West, Ronald McDonald
Mac and Me (1988) on IMDb

 

 

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«Dici che era ubriaco?»
«Probabilmente era un AIA.»
«Un cosa?»
«Un Alieno Intossicato dall’Alcool. Ahahahahahah!»

Un essere alieno pacifico e amichevole finisce per sbaglio sulla Terra, dove, dopo una prima fase fatta di incredulità e diffidenza generale, stringe un’amicizia fraterna con un bambino. Scommetto che questa trama non vi è completamente nuova, ma no, oggi non parliamo di E.T. l’extra-terrestre, film che ha fatto letteralmente sudare dagli occhi ognuno di noi almeno una volta nella vita, bensì del suo vergognoso clone Mac and Me, uscito 6 anni dopo la pellicola di Steven Spielberg nel patetico tentativo di sfruttarne commercialmente il successo, obiettivo peraltro miseramente fallito, con un incasso che a malapena ha coperto la metà del budget per la produzione.
Raramente mi è capitato di vedere un film per cui sono stati spesi così tanti soldi (circa 13 milioni di dollari dell’epoca), con effetti speciali tutto sommato dignitosi, realizzato così male e con una sceneggiatura tanto sconclusionata. Mac and Me si è aggiudicato meritatamente due Razzie Awards del 1988 per la peggiore regia e per il peggiore attore esordiente, premio conferito a nientepopodimeno che Ronald McDonald, il celebre clown simbolo della celeberrima catena di fast food McDonald’s, protagonista di un’inqualificabile scena spot per la compagnia di cui parleremo diffusamente in seguito. Apprezzo la simpatia e l’originalità avuta dai giurati dei celebri “Oscar al contrario” in questa scelta, ma non posso perdonarli per non avere premiato questa oscenità anche per il peggiore film e la peggiore sceneggiatura, riconoscimenti che sono andati invece a Cocktail, che non voglio necessariamente difendere, ma che a confronto di Mac and Me è Quarto Potere.
Tutto quello che segue è rigorosamente spoiler, da cui per una volta non vi consiglio di stare alla larga, in modo da arrivare più preparati psicologicamente alla visione.

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Il film si apre con una sequenza che mostra una tranquilla famigliola aliena di un pianeta non meglio specificato, intenta a non fare sostanzialmente nulla nel bel mezzo del nulla più totale, in cui i più attenti scorgeranno nella parte alta dello schermo un microfono di scena ben visibile, che predispone subito lo spettatore al giusto approccio per la visione. La quiete degli extraterrestri viene interrotta dall’arrivo di una sonda della NASA, che per una casualità finisce per risucchiare gli esseri e portarli sul nostro pianeta. Una volta arrivati sulla Terra, gli alieni si ritrovano in una base aeronautica, dalle fattezze di un capannone industriale, dalla quale escono distruggendola senza alcun motivo. Qui i destini dei componenti della famiglia si separano: il figlio Mac, impaurito, si dà alla fuga, che vi raccomando di seguire con attenzione in modo da vedere il figurante dentro all’essere e i fili usati per tenere l’alieno attaccato a un cancello, mentre il resto della famiglia finisce senza alcun motivo in mezzo a un deserto che ricorda in maniera sospetta quello della prima scena, instillando così il dubbio che si sia riciclata la stessa ambientazione pur non essendocene i presupposti. In una serie di peripezie Mac finisce sulla macchina di una famiglia composta dalla madre Janet e dai ragazzi Michael ed Eric (quest’ultimo sulla sedia a rotelle), che si stanno trasferendo in una nuova casa. Qui ha inizio una tediosa fase, tipica dei film di questo tipo, in cui l’essere viene visto prima solo da una persona, ovvero la vicina Debbie, che solo dopo tanta insistenza riesce a convincere gli altri della verità di ciò che sta dicendo. Non mancano momenti di comicità involontaria, che scaturiscono soprattutto dai buchi logici della trama, come la famiglia che non si accorge della presenza in casa dell’alieno nonostante gli passi di fianco, la madre che incolpa il figlio tetraplegico di avere fatto crescere una replica dei Giardini di Babilonia in casa (potere che invece ha Mac, nonostante il suo pianeta sia deserto) e la sequenza assurda in cui Eric scivola, senza fare nulla per evitarlo, dentro a un burrone posto strategicamente a pochi metri di distanza dal giardino della nuova casa. Anche Eric e Michael fanno la conoscenza dell’extraterrestre, finendo però per fargli del male cercando di infilarlo in un aspirapolvere; a questo punto ha luogo una sequenza che vorrebbe essere strappalacrime ma che in realtà è solamente ignobile: l’extraterrestre viene miracolosamente rianimato dai ragazzi facendogli bere della Coca-Cola da una lattina visibilmente e volutamente esposta a favore di camera, in uno degli innumerevoli spot pubblicitari del film.

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A questo punto il regista Stewart Raffill molla gli ormeggi e abbandona ogni freno inibitorio.  Assistiamo impotenti a una serie di scene senza senso, con Mac che legge il giornale, la sua famiglia (sempre in mezzo al nulla) che rivolge degli incomprensibili gesti con le mani a favore del sole e una sequenza grottesca con l’alieno a bordo di una macchina giocattolo inseguito da un gruppo di cani, mentre madre e figlio camminano per strada accompagnati dalla colonna sonora tipica del momento in cui nei film adolescenziali degli anni ’80 sta per scattare il limone durissimo, che però in questo contesto non c’entra nulla, portando lo spettatore a chiedersi cosa diavolo stia succedendo. Siamo solo al preludio della scena madre di tutta la pellicola: Mac viene portato in giro camuffato da orsacchiotto, con un travestimento forse ancora più appariscente delle sue fattezze, e portato al McDonald’s, dove finalmente capiamo il perchè della parola Mac nel titolo. Arriva così un gigantesco spot pubblicitario della catena di fast food, completamente scollegato dalla trama del film e con tanto di balletto coreografato, che vede fra i protagonisti anche l’extraterrestre camuffato da orsacchiotto, emblema dello squallore e della mancanza di dignità della pellicola.
Mac viene inevitabilmente scoperto e scatta la fuga, sulla stessa falsa riga di quella di E.T. l’extra-terrestre, con l’essere a bordo della carrozzina del protagonista invece che della bicicletta; si ricongiunge poi con i suoi cari, che versano in pessime condizioni fisiche, ma che vengono anche loro rianimati dalla Coca-Cola, vera e propria panacea di tutti i mali che affliggono i protagonisti del film.

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Gli umani a questo punto hanno la brillante idea di portare gli extraterrestri in un posto ideale dove nascondersi dagli occhi sospettosi della gente, ovvero un supermercato, che viene preso immediatamente d’assedio da curiosi e forze dell’ordine, le quali avviano immediatamente una sparatoria che degenera in una serie di esplosioni assurde e immotivate, arrivando a sfiorare il fungo atomico. Eric, pur senza nessun segno di ferita o strappo sui vestiti, sembra essere morto a causa della sua vicinanza alle esplosioni, ma risorge miracolosamente grazie a un altro dei poteri degli alieni provenienti dal nulla, ovvero quello di riportare in vita i morti. Sembra l’ovvia conclusione con happy ending di un film per famiglie, ma arriva un inatteso strascico conclusivo che fa compiere il salto di qualità alla pellicola, portandola direttamente nell’Olimpo dei filmbrutti: in uno dei finali più deliranti che mi sia mai capitato di vedere, apoteosi del sogno americano e dell’americanità in generale, gli extraterrestri, vestiti in maniera impeccabile, prendono parte alla cerimonia con la quale gli viene conferita la cittadinanza americana (nonostante abbiano comunque causato decine di morti) in un diluvio di baci e abbracci, per poi partire a bordo di una decappottabile verso la loro nuova vita da terrestri. Un finale inaccettabile per un film indecoroso, che è però consigliatissimo a tutti gli amanti del filmbrutto cresciuti negli anni ’80, per rovinarsi i ricordi d’infanzia e per riflettere sul livello a cui è potuto arrivare l’indottrinamento americano di quegli anni. Stewart Raffill tornerà in seguito a girare filmbrutti come Aiuto! Mi sono persa a New YorkL’isola dei sopravvissutiXCroc – Caccia al predatoreBad Girl Island, che celebreremo sicuramente su questo blog nel prossimo futuro, senza però dimenticarci mai di quella incredibile pagina di cinema autopunitivo che ci è stata regalata con questo Mac and Me.

Link al film:
Il mio amico Mac - Nuovo Cinema Lebowski Youtube

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