La grande guerra (1959)

La grande guerra - Nuovo Cinema LebowskiTitolo originaleLa grande guerra
Paese di Produzione: Italia, Francia
Anno di uscita: 1959
Durata: 135′
Regia: Mario Monicelli
Sceneggiatura: Mario Monicelli, Luciano Vincenzoni, Age & Scarpelli
Musiche: Nino Rota
Interpreti: Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Silvana Mangano, Romolo Valli, Bernard Blier, Folco Lulli, Nicola Arigliano, Vittorio Sanipoli, Ferruccio Amendola, Geronimo Meynier, Mario Valdemarin, Elsa Vazzoler, Tiberio Murgia, Livio Lorenzon
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«Chi va là?»
«Ma che fai! Aoh, prima spari e poi dici chi va là?»
«È sempre mejo ‘n amico morto che ‘n nemico vivo! Chi siete?»
«Semo l’anima de li mortacci tua!»
«E allora passate!»

In un dopoguerra che aveva già regalato alcune delle pagine più belle del cinema italiano di ogni tempo con il Neorealismo, che aveva saputo descrivere con grande fedeltà la situazione di un paese lacerato dal conflitto bellico appena concluso, come un fulmine a ciel sereno arrivò la notizia che Dino De Laurentiis stava producendo una pellicola sul conflitto precedente, quella Prima guerra mondiale che aveva portato conseguenze altrettanto devastanti per una generazione di giovani uomini mandata a combattere allo sbaraglio, spesso senza adeguati mezzi. Suscitò immediatamente polemiche e scalpore il fatto che la regia di questo racconto su una delle pagine più buie della nostra nazione era stata affidata a uno dei padri fondatori della commedia all’italiana, quel Mario Monicelli che da anni stava facendo sorridere a denti stretti gli italiani, raccontando con grande cinismo e disincanto le miserie e le bassezze del genere umano. Come se non bastasse questa scelta, che faceva già intuire che i toni del film non sarebbero stati accondiscendenti e indulgenti verso lo stile di vita militare e più in generale sugli italiani, Monicelli decise di affidare i ruoli dei due protagonisti a due icone del cinema brillante come Alberto Sordi e Vittorio Gassman, guadagnandosi così la diffidenza da parte della critica, che attese al varco il regista alla prima del film presso la Mostra di Venezia, dedicando a La grande guerra dopo la proiezione per la stampa diverse recensioni fredde se non totalmente negative, che puntavano il dito contro l’eccessivo risalto comico dato a una pagina tanto dolorosa della storia italiana. Come spesso succede, il giudizio del pubblico ribaltò completamente la situazione: al termine della seconda proiezione, accessibile anche dai non addetti ai lavori, il cast del film fu avvolto da un lunghissimo e commosso applauso, che cambiò immediatamente il destino della pellicola. Il carro del vincitore rischiò di ribaltarsi per l’eccesso di gente che cercò di salirci sopra, grazie a improvvisi e repentini cambi di idea giustificati dall’effetto di una seconda visione, mentre la giuria della Mostra, a causa soprattutto della pressione di René Clair (letteralmente estasiato dal film) fu costretta a cambiare in corsa i suoi piani, che prevedevano uno scontato Leone d’oro per Roberto Rossellini e il suo Il generale Della Rovere, che fu costretto invece a dividere il premio con La grande guerra in un salomonico ex aequo.
Il tempo ha dato ulteriormente ragione all’opera di Monicelli, che oggi è considerata all’unanimità un capolavoro assoluto, nonché uno dei film di guerra più realistici e dissacranti mai realizzati, che affascina e stupisce ancora ai giorni nostri per la straordinaria miscela di commedia e dramma nel raccontare l’antieroismo di due uomini comuni, che cercano disperatamente di evitare i pericoli causati da un conflitto in cui non si riconoscono e in cui sono stati trascinati quasi a forza.
Nel proseguimento della recensione, soprattutto nel finale, si riveleranno parti importanti e significative della trama. Si sconsiglia pertanto la lettura a chi non ha ancora visto il film.

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“Io dico che se vinciamo questa guerra con i mezzi che abbiamo, siamo davvero un grande esercito.”

Il film si apre nel 1916 con il milanese Giovanni Busacca (Vittorio Gassman) che, cercando di evitare di essere chiamato in guerra, si fa abbindolare dal romano Oreste Jacovacci (Alberto Sordi), che gli promette (dietro compenso) di farlo riformare pur senza averne l’autorità.
Entrambi vengono poi chiamati alle armi per la Grande Guerra e il destino li fa ritrovare sullo stesso treno che porta al fronte. Superata la rabbia e la diffidenza iniziale per quanto avvenuto precedentemente, fra i due nasce una sincera amicizia, che, insieme al comune desiderio di evitare qualsiasi pericolo o atto eroico, li porta a condividere diversi episodi come la conoscenza dell’avvenente prostituta Costantina (Silvana Mangano) durante l’addestramento, la battaglia di trincea e la disastrosa sconfitta di Caporetto, in seguito alla quale i due, nonostante la loro negligenza, si ritroveranno inaspettatamente decisivi per le sorti della battaglia contro gli austriaci.

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«Ma come li vol certi mascalzoni come ti nell’esercito? Dì!»
«Va ben, se la patria la dovessero difendere solo le persone perbene, te saludi patria!»

Per capire la portata storica e artistica di questo film, è necessario considerare il fatto che fino a quel momento (almeno in Italia) la guerra era stata sempre rappresentata concedendo ampio risalto al codice militare e all’onore, abusando di una visione eccessivamente parziale che raffigurava i protagonisti come eroi positivi e i nemici come personaggi malvagi e dai tratti caratteriali fortemente negativi. Mario Monicelli scardina questo meccanismo dalle fondamenta, scegliendo due protagonisti fondamentalmente disinteressati al conflitto bellico, che cercano solamente di tenersi lontani dai guai e salvare la pelle, impersonati con grande carisma da due leggende del cinema italiano come Alberto Sordi e Vittorio Gassman, straordinari sia nei loro irresistibili duetti comici sia nel rendere l’orrore e la profonda insensatezza della guerra nei momenti più drammatici, dimostrandosi attori capaci di interpretare qualsiasi ruolo con ogni sfumatura psicologica.
Da segnalare inoltre la grande prestazione di Silvana Mangano nella parte della prostituta Costantina, ruolo da lei fortemente voluto nonostante il parere contrario del marito produttore De Laurentiis, che mostrò al mondo le capacità brillanti dell’attrice oltre alla sua già nota dirompente bellezza.
Ogni aspetto della vita dell’esercito è raccontato con grande disincanto, criticando la rigidità e il conformismo di ciò che avviene al suo interno e mostrando senza alcun filtro le atrocità del conflitto, come nella splendida scena in cui viene presentata l’esecuzione a sangue freddo di un soldato nemico come fosse una cosa normale e poco importante.
Il bianco e nero magistralmente utilizzato dal direttore della fotografia Giuseppe Rotunno centra l’obiettivo di creare l’illusione di essere al tempo della Prima guerra mondiale, fedelmente riprodotta in ogni suo aspetto, come il sudiciume dei soldati avvolti nel fango delle trincee o le avverse condizioni climatiche, simulate perfettamente nonostante il film sia stato girato in prossimità dell’estate.

La grande guerra - Nuovo Cinema Lebowski 2 “E pensare che anche stavolta quei due lavativi se la sono scampata!”

Un capitolo a parte lo merita sicuramente uno struggente finale, che chiude con grande amarezza un racconto precedentemente più incline alla comicità e all’ironia, ricercate in ogni aspetto della vita militare. Giovanni e Oreste, proprio a causa della loro scarsa utilità in ambito militare, vengono ritenuti sacrificabili e quindi scelti come messaggeri, finendo sfortunatamente per essere catturati in territorio austriaco. Ai due viene proposta la salvezza dalla fucilazione solo nel caso in cui accettino di rivelare agli austriaci importanti informazioni sulle future mosse dell’esercito italiano. In un repentino cambiamento di idea che rappresenta perfettamente lo spirito dei due protagonisti e quello di un’intera fetta di popolo italiano, Giovanni e Oreste prima accettano di tradire la propria nazione pur di salvare la pelle, poi, punti nell’orgoglio dalla denigrazione del popolo italiano da parte di un’ufficiale austriaco, rifiutano di rivelare le informazioni richieste dai nemici (celebre la battuta di Gassman e allora senti un po’, visto che parli così, mi te disi propi un bel nient! Hai capito? Faccia di merda!) finendo per essere fucilati in un tragico e splendido piano sequenza, reso ancora più drammatico dalle ultime disperate parole del personaggio interpretato da Sordi prima di morire: Non voglio morire, io sono un vigliacco, sono un vigliacco!
L’ultima sequenza, altamente simbolica, mostra infine che il sacrificio dei due soldati, anche se scaturito non dall’amore per la patria ma dall’orgoglio e dalla ripicca, è stato fondamentale per le sorti della battaglia, che vede gli italiani riprendere il sopravvento; i cadaveri dei protagonisti vengono quasi calpestati dall’arrivo dei compagni, i quali non riconoscono ai due sfortunati commilitoni il merito delle proprie azioni, ritenendo invece che i due l’abbiano fatta franca ancora una volta in barba all’esercito.
Chi è allora il vero eroe? Quello che muore in una battaglia decisa a tavolino dai suoi superiori o quello che non accetta di cedere la sua dignità finendo per essere ammazzato per il suo orgoglio? Una domanda tremenda e beffarda, che consegna per sempre alla storia del cinema mondiale un’opera fondamentale e irripetibile di quel genio assoluto che risponde al nome di Mario Monicelli.

2 pensieri su “La grande guerra (1959)

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