Amarcord (1973)

Amarcord - Nuovo Cinema LebowskiTitolo originaleAmarcord
Paese di Produzione: Italia
Anno di uscita: 1973
Durata: 127′
Regia: Federico Fellini
Sceneggiatura: Federico Fellini, Tonino Guerra
Musiche: Nino Rota
Interpreti: Bruno Zanin, Pupella Maggio, Giuseppe Ianigro, Armando Brancia, Magali Noël, Nando Orfei, Ciccio Ingrassia, Alvaro Vitali, Donatella Gambini, Stefano Proietti, Antonino Faà di Bruno, Luigi Rossi, Josiane Tanzilli, Maria Antonietta Beluzzi
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«È bello, eh, l’uovo, Teo? Anch’io sono così, ogni volta che vedo un uovo resterei lì a guardarlo per delle ore. Io mi domando delle volte come fa la natura a tirar fuori delle cose così perfette.»
«Caro, ma la natura l’ha fatta Iddio, mica un ignorantone come te.»
«Ma va’ a fare le pugnette te, va’!»

Da romagnolo, è inevitabile per me fare una recensione di Amarcord, che trae proprio dalla Romagna, dalle sue tradizioni, dal suo dialetto e dal modo di essere delle persone che ci abitano gran parte del suo successo. Uno degli emblemi della Romagna, il Maestro Federico Fellini, originario di Rimini, ha consegnato per sempre alla storia del cinema l’indimenticabile inno a una terra che non esiste nelle cartine geografiche, ma che nel cuore dei suoi abitanti ha confini, valori e ideali ben precisi, traendo ampia ispirazione dai suoi ricordi d’infanzia e dagli aneddoti che gli sono stati narrati, racchiusi in un titolo talmente azzeccato da diventare in seguito un neologismo della lingua italiana, ovvero “a m’arcord”, frase del dialetto romagnolo traducibile in italiano con “io mi ricordo”.
Per una volta, l’alter ego del regista non è quel Marcello Mastroianni con il quale Fellini nel corso della sua carriera ha tessuto una storica e duratura collaborazione, ma l’allora sconosciuto Bruno Zanin, da cui il regista rimase folgorato in fase di casting e a cui decise di affidare il ruolo del protagonista Titta. Ad accompagnare quest’ultimo, un nutrito gruppo di grandi caratteristi del cinema italiano, come Armando BranciaPupella Maggio (nelle parti dei genitori di Titta) e i più celebri Alvaro Vitali e Ciccio Ingrassia, insieme alla bellezza della francese Magali Noël, alla quale Fellini affidò il ruolo della mitica Gradisca, simbolo dei sogni erotici degli adolescenti dell’epoca.

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“A me mi fa svenire la Gradisca. Io voglio una moglie come la Gradisca.”

Come avvenuto altre volte nella carriera di Federico Fellini, il film non ha una trama tradizionale, ma si presenta come un insieme di scene e sketch che a una prima superficiale visione può essere considerato disordinato e privo di senso, ma che in realtà cela al suo interno profonde riflessioni sull’animo umano, sulla giovinezza e sulla società italiana, innescate da ricordi dell’infanzia dello stesso regista (in certi casi romanzati), ambientati in una Rimini interamente ricostruita per l’occasione all’interno di Cinecittà. L’incedere della narrazione accompagna idealmente la maturazione del protagonista Titta, che passa dall’essere poco più di un bambino al diventare un giovane adulto che si affaccia alla vita, subendone le prime amarezze e difficoltà, alla fine della pellicola.

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«Commetti atti impuri? Ti tocchi? Lo sai che San Luigi piange quando ti tocchi?»
«Ma perché, tu non ti tocchi? Ma come si fa a non toccarsi quando vedi la tabaccaia con totta quella roba lì davanti, o la professoressa di matematica, che sembra un leone? Come si fa a non toccarsi quando ti guarda in quel modo?»

La genialità di Federico Fellini consiste nel raccontare episodi specifici ambientati in una particolare area d’Italia e in una determinata epoca storica (I primi anni 30, in piena epoca fascista) parlando però al cuore dello spettatore, che si immedesima nel racconto e vi riconosce somiglianze con i propri ricordi, qualsiasi sia la sua provenienza: chi da ragazzo non ha mai avuto una cotta per la bella del paese, non ha vissuto gli amorevoli bisticci dei genitori o non ha subito un rimprovero per una marachella fatta con gli amici d’infanzia?
Fellini, partendo dal particolare, riesce così a parlare dell’universale, permettendosi anche di dedicarsi, con la sua consueta leggerezza, a temi particolarmente forti come gli anni del fascismo, visti soprattutto con gli occhi da dissidente del padre del protagonista, che finisce anche per beccarsi una bevuta del famigerato olio di ricino, l’ingerenza della Chiesa nella vita delle persone, su cui si ironizza soprattutto nella scena del confessionale, e la morte, che causerà dispiaceri a Titta nel finale del film.

Non mancano le scene sensuali e fortemente provocatorie, tipiche di un adoratore del sesso femminile come il Maestro romagnolo, affidate a tre personaggi divenuti iconici come la Gradisca, icona della bellezza desiderata da tutta la città, la Tabaccaia, che con la sua debordante fisicità sembra concedersi al protagonista e realizzare uno dei suoi più grandi sogni erotici, per poi sfuggirgli sul più bello, e la meno ricordata ma ugualmente importante Volpina, giovane ninfomane responsabile dello svezzamento sessuale di tanti ragazzi del posto. Questi elementi pittoreschi e quasi caricaturali si accompagnano ad altri più tradizionali come quello della famiglia, che accompagna costantemente il percorso di Titta in memorabili sequenze di vita quotidiana, componendo un vero e proprio racconto di formazione corale, che con un pizzico di nostalgia ci ricorda un’epoca forse irripetibile fatta di piccole grandi emozioni, come l’arrivo di un transatlantico, il passaggio della Mille Miglia o la visione di uno splendido pavone. Mescolando commedia e dramma, gioia e malinconia e leggerezza e riflessione, Amarcord diventa così testimonianza della vita delle comunità e simbolo dei forti legami affettivi e umani, che in un tempo dominato dalla tecnologia e dalla modernità si stanno sempre più perdendo, portando l’opera di Fellini ad acquisire paradossalmente un’importanza sempre maggiore con il passare degli anni, come solo i grandi capolavori possono fare.

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“Un babbo fa per cento figlioli e cento figlioli non fanno per un babbo, questa è la verità.”

Amarcord è una pellicola che chiunque dovrebbe vedere e rivedere di tanto in tanto, non solo per il consueto viaggio visionario all’interno della sua mente che Fellini ci regala insieme ai suoi fidi collaboratori Tonino Guerra e Nino Rota (che qui si supera con alcune melodie entrate di diritto nella storia musicale italiana e mondiale), ma anche e soprattutto perchè è un film in grado di lasciare un tangibile quanto inspiegabile senso di benessere, che ci riconnette con le nostre radici e che in qualche modo si trova allo stesso livello di noi spettatori, che ci lasciamo rapire dalla sua bellezza mentre lo guardiamo, ma che in qualche modo siamo anche da lui osservati. Un’opera indimenticabile e di inestimabile valore di uno dei più grandi artisti della storia italiana e mondiale.

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“È l’inverno che muore, sai, e arriva la primavera. Me la sento già addosso io, la primavera!”

Curiosità

Amarcord sono nella ristretta lista dei film preferiti da Woody Allen. Il film del regista americano Radio Days ha inoltre diversi punti di contatto con Amarcord.

L’iconico personaggio de “La Gradisca” avrebbe dovuto essere interpretato da Edwige Fenech, che fu però sostituita con Magali Noël perchè, secondo Federico Fellini, l’attrice di origine francese era troppo magra per la parte.

Il film che viene proiettato al cinema durante l’approccio a La Gradisca da parte di Titta è Beau Geste di William A. Wellman.

Amarcord vinse l’Oscar al migliore film straniero nel 1975 (quarto riconoscimento per Fellini in questa categoria), edizione in cui vinse il premio come miglior film in assoluto Il padrino – Parte II di Francis Ford Coppola. I due film, oltre a una forte componente di italianità, condividono anche il compositore delle musiche, ovvero Nino Rota, che aveva già realizzato il commento musicale del primo capitolo della saga dei Corleone, anch’esso premiato con l’Oscar al miglior film.

Alla 72ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia è stato presentato un restauro della pellicola realizzato dalla Cineteca di Bologna, preceduto da un montaggio di 8 minuti di materiale inedito eseguito da Giuseppe Tornatore.

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