La Strada (1954)

La StradaTitolo originaleLa Strada
Paese di ProduzioneItalia
Anno di uscita: 1954
Durata: 108′
RegiaFederico Fellini
Sceneggiatura: Federico Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli
MusicheNino Rota
Interpreti: Giulietta Masina, Anthony Quinn, Aldo Silvani, Richard Basehart, Lidia Venturini, Marcella Rovere, Mario Passante, Pietro Ceccarelli, Anna Primula
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“Un colpo di dadi non abolirà mai il caso.”
Stéphane Mallarmé

Dario Fo divideva il tempo comico in due categorie, la comicità dettata dal sorriso frivolo, un’ironia leggera come quando si scivola, si cade, come quando un clown mette un piede in fallo e allieta il pubblico con uno scivolone plateale, e una comicità differente, parallela, dai sorrisi sghembi, più seria, sagace, ragionata.

La Strada, film del 1954 che valse a Fellini l’Oscar per miglior film straniero, trattiene dentro sé lo spessore del clown e l’inconsistenza del saltimbanco, la clandestinità di una carovana e la sedentarietà di uno chapiteau, di un tendone da circo. Un immenso manifesto della commedia d’arte, un cominciamento dell’indagine poi perpetuata con I Clown, Le Notti di Cabiria e Otto e Mezzo.
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Amarcord (1973)

Amarcord - Nuovo Cinema LebowskiTitolo originaleAmarcord
Paese di Produzione: Italia
Anno di uscita: 1973
Durata: 127′
Regia: Federico Fellini
Sceneggiatura: Federico Fellini, Tonino Guerra
Musiche: Nino Rota
Interpreti: Bruno Zanin, Pupella Maggio, Giuseppe Ianigro, Armando Brancia, Magali Noël, Nando Orfei, Ciccio Ingrassia, Alvaro Vitali, Donatella Gambini, Stefano Proietti, Antonino Faà di Bruno, Luigi Rossi, Josiane Tanzilli, Maria Antonietta Beluzzi
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 Amarcord - Nuovo Cinema Lebowski 6
«È bello, eh, l’uovo, Teo? Anch’io sono così, ogni volta che vedo un uovo resterei lì a guardarlo per delle ore. Io mi domando delle volte come fa la natura a tirar fuori delle cose così perfette.»
«Caro, ma la natura l’ha fatta Iddio, mica un ignorantone come te.»
«Ma va’ a fare le pugnette te, va’!»

Da romagnolo, è inevitabile per me fare una recensione di Amarcord, che trae proprio dalla Romagna, dalle sue tradizioni, dal suo dialetto e dal modo di essere delle persone che ci abitano gran parte del suo successo. Uno degli emblemi della Romagna, il Maestro Federico Fellini, originario di Rimini, ha consegnato per sempre alla storia del cinema l’indimenticabile inno a una terra che non esiste nelle cartine geografiche, ma che nel cuore dei suoi abitanti ha confini, valori e ideali ben precisi, traendo ampia ispirazione dai suoi ricordi d’infanzia e dagli aneddoti che gli sono stati narrati, racchiusi in un titolo talmente azzeccato da diventare in seguito un neologismo della lingua italiana, ovvero “a m’arcord”, frase del dialetto romagnolo traducibile in italiano con “io mi ricordo”.
Per una volta, l’alter ego del regista non è quel Marcello Mastroianni con il quale Fellini nel corso della sua carriera ha tessuto una storica e duratura collaborazione, ma l’allora sconosciuto Bruno Zanin, da cui il regista rimase folgorato in fase di casting e a cui decise di affidare il ruolo del protagonista Titta. Ad accompagnare quest’ultimo, un nutrito gruppo di grandi caratteristi del cinema italiano, come Armando BranciaPupella Maggio (nelle parti dei genitori di Titta) e i più celebri Alvaro Vitali e Ciccio Ingrassia, insieme alla bellezza della francese Magali Noël, alla quale Fellini affidò il ruolo della mitica Gradisca, simbolo dei sogni erotici degli adolescenti dell’epoca.
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8½ (1963)

8½ - Nuovo Cinema Lebowski 7Titolo originale:
Paese di Produzione: Italia, Francia
Anno di uscita: 1963
Durata: 140′
Regia: Federico Fellini
Sceneggiatura: Federico Fellini, Ennio Flaiano, Brunello Rondi, Tullio Pinelli,
Musiche: Nino Rota,  Léo Ferré
Interpreti: Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Sandra Milo, Anouk Aimée, Rossella Falk, Guido Alberti, Jean Rougeul, Barbara Steele, Nadine Sanders, Mino Doro, Madeleine LeBeau, Caterina Boratto, Giuditta Rissone, Eddra Gale
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8½ - Nuovo Cinema Lebowski 3
“Mi sembrava di avere le idee così chiare. Volevo fare un film onesto, senza bugie di nessun genere. Mi pareva di avere qualcosa di così semplice, così semplice da dire, un film che potesse essere utile un po’ a tutti, che aiutasse a seppellire per sempre tutto quello che di morto ci portiamo dentro. E invece io sono il primo a non avere il coraggio di seppellire proprio niente. Adesso ho la testa piena di confusione, questa torre tra i piedi. Chissà perché le cose sono andate così. A che punto avrò sbagliato strada? Non ho proprio niente da dire, ma lo voglio dire lo stesso.”

Nei primi anni ’60 Federico Fellini è già un regista all’apice della fama sia in Italia che all’estero, e ha tutto il mondo del cinema ai suoi piedi per aver sfornato capolavori come La dolce vita e La strada. Dopo aver girato l’episodio Le tentazioni del dottor Antonio di Boccaccio ’70, la sua filmografia consiste di sei film veri e propri più tre “mezzi”, ovvero girati in compagnia di altri registi, ed è qui che la sua vena artistica improvvisamente si arena. Ha una vaga idea di girare un film su un uomo di mezz’età che immerso nella natura riflette sull’esistenza e sui suoi ricordi, ma non riesce a compattare questo insieme di spunti e sensazioni in una sceneggiatura precisa e concreta.
Comincia comunque a imbastire la sua nuova pellicola (che intitola provvisoriamente , come la quota che raggiungerebbe la sua filmografia) e recluta anche parte del cast, fra cui il suo attore feticcio Marcello Mastroianni, ma proprio quando si avvicina la data di inizio delle riprese sorge un enorme problema: l’idea che Fellini aveva in testa è sparita, volatilizzata. Il film che il regista aveva in mente non c’è più, l’ha dimenticato. Il regista romagnolo si prepara a comunicare l’annullamento del progetto al produttore Angelo Rizzoli, quando improvvisamente viene chiamato da un macchinista di Cinecittà, che invita Fellini a unirsi ai festeggiamenti per il compleanno di un collega. Seduto su una panchina in mezzo a una festa sincera e piena di umanità, deluso per l’imminente cancellazione del suo film numero otto e mezzo, Federico Fellini ha un’idea geniale che segnerà indelebilmente la storia del cinema mondiale: il suo film parlerà proprio di un regista che non sa che film fare, e al suo interno farà confluire ricordi della sua infanzia, i suoi pensieri e il suo stesso modo di essere, con un’operazione di sovrapposizione fra cinema e realtà che ancora oggi non ha eguali all’interno della storia della Settima Arte.
 è considerato un capolavoro assoluto da cinefili e critici di tutto il mondo, ha ispirato alcuni dei più grandi registi di sempre (fra gli altri Terry Gilliam, David Lynch, Woody Allen, Oliver Stone, Martin Scorsese, Quentin Tarantino) e ha immediatamente ricevuto apprezzamenti dai suoi contemporanei, come Luis BuñuelFrançois TruffautIngmar Bergman (curiosamente l’inizio e la conclusione di  ricordano scene analoghe di due dei più celebri film del maestro svedese, ovvero i precedenti Il posto delle fragole e Il settimo sigillo) e l’altro orgoglio italiano Dino Buzzati, che ha coniato la definizione più calzante, anche se poco aulica, di questa magnifica opera, ovvero “La masturbazione di un genio”.

Nel proseguimento della recensione si riveleranno parti importanti e significative della trama. Si sconsiglia pertanto la lettura a chi non ha ancora visto il film.
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